Cattedrale di San Feliciano Museo digitale

Navata centrale

Sugli altari della navata centrale si conservano quattro grandi tele tra Sette e Ottocento: il “Battesimo di Gesù Cristo” legato alla committenza di J.B. Wicar, il “Martirio di Santa Messalina” di Enrico Bartolomei, la “Sacra Famiglia” di G.A. Lazzarini e il “S. Feliciano che libera Foligno dalla peste” di Gaetano Gandolfi.

Battesimo di Gesù Cristo (J.B. Wicar)

Sul primo altare, a sinistra della navata principale, si trova una tela legata a J.B. Wicar, il “Battesimo di Gesù Cristo”, commissionata dal Capitolo nel 1826 e portata a termine in seguito da Decio Trabalza (1835).

Approfondisci

Sul primo altare, a sinistra della navata principale, si trova una tela di J.B. Wicar, il “Battesimo di Gesù Cristo”. Il quadro venne commissionato dal Capitolo della cattedrale nell'anno 1826. Tra la commissione e l'esecuzione passarono dieci anni: intanto il Wicar morì (1834), per cui il lavoro venne portato a termine, per volontà dello stesso artista di Lilla, da un discepolo folignate, Decio Trabalza (1835).

In verità, il Wicar s'era impegnato a terminare l'opera in cinque anni, però il Capitolo della cattedrale aveva pianto miseria e aveva offerto al pittore la somma di seicento scudi, utili a coprire soltanto le spese vive del lavoro, senza onorario per l'artista. Nel documento di contratto si legge che le richieste del Capitolo erano mosse dalla “celebrità del nome del sig. cavalier Giambattista Wicar” e dall'ammirazione per le “diverse sue produzioni di pitture esposte già al pubblico, e che hanno riscosso l'applauso universale”; però “le molteplici spese avute per la rinnovazione di detta chiesa, e i scarsi fondi, che vi erano per condurla al suo termine” non permettevano al Capitolo di offrire un prezzo proporzionato all'opera (ARCHIVIO DEL DUOMO, Sez. A, fasc. 24, n. 565).

Comunque il quadro, anche se in ritardo, si fece, e in definitiva s'intona bene, con lo stile neoclassico della chiesa. Nel quadro non mancano anche segni e rimembranze dell'opera analoga del bolognese G. Reni, il “Battesimo di Gesù”, conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. Ci fu chi osservò nell'abbigliamento degli angeli “piuttosto che l'eleganza dell'arte greca, i capricci della moda parigina”.

È opportuno ricordare il terribile bombardamento di Foligno del 18 marzo 1944, quando un grappolo di bombe aprì una voragine nella parete e nel pavimento della cattedrale, tra questo quadro e quello del Gandolfi: ambedue le tele vennero miseramente stracciate. Se ora le si rivede integre, ciò lo si deve al priore Botti Veglia e al sovrintendente A. Bertini Calosso che vollero un restauro accurato, quando molti lo ritenevano impossibile.

In fondo alla tela è possibile ancora riconoscere lo stemma familiare di una nobile famiglia folignate: i Berardi. Infatti, a condurre le trattative col Wicar fu incaricato dai Canonici il priore Feliciano Berardi, uno degli ecclesiastici più notevoli della Diocesi folignate nel secolo scorso. Il Berardi fu oltre che pio, <amante delle belle lettere >, come si espresse il Faloci (1914), e senza dubbio fu un committente che discusse con l'artista sui contenuti dell'opera e sui suoi profondi significati teologici.

Martirio di Santa Messalina (Enrico Bartolomei)

Il “Martirio di Santa Messalina” (1850) del folignate Enrico Bartolomei si trova sul primo altare a destra della navata principale. È un tipico esempio di pittura storica, con una scena terrena e una scena di gloria.

Approfondisci

Il “Martirio di Santa Messalina”, opera (1850) del folignate Enrico Bartolomei (1815-1901), si trova sul primo altare a destra della navata principale. Nell'angolo destro inferiore vi è scritto “Enrico Bartolomei di Fuligno dipinse, 1850” con lo stemma del Comune di Foligno, perché il Bartolomei studiò pittura a Roma a spese del Comune, e per ottenere un prolungamento del sussidio propose nel 1844 di dipingere questo quadro per la cattedrale.

Il gonfaloniere Francesco Barnabò scrisse, il 9 dicembre 1844, al Capitolo del duomo: <<Questa magistratura resa certa del profitto del sig. Bartolomei sarebbe determinata di secondarlo proponendo al Consiglio di proseguire, qualora piaccia, al medesimo il detto sussidio di s. 150 per altri anni quattro a carico della Tabella delle pubbliche spese, quante volte egli corrispettivamente si obblighi di portare ad esecuzione il nominato quadro a tutte le sue spese>> (ARCH. DEL DUOMO, Sez. A, fasc. 28, n. 686).

Così questo dipinto di metà Ottocento, in cui non è difficile scorgere la maniera neoclassica prese vita: il Bartolomei andò a scuola a Roma presso il Giangiacomo, discepolo di Wicar e condiscepolo del folignate Decio Trabalza; ebbe anche come maestri il Minardi e il Coghetti.

Il quadro costituisce un tipico esempio di pittura storica; in esso si leggono due scene: quella inferiore mostra al centro S. Messalina appena uccisa dalle battiture del littore, accanto, alcuni cristiani (notare i bambini) guardano esterrefatti la martire: un gruppo di cittadini si attarda a discutere il decreto imperiale di persecuzione contro i cristiani. La scena più alta è invece una scena di gloria: S. Messalina è condotta in Cielo dagli angeli. Tutto il gruppo <Sembra che leggiero dondolando (come piuma portata dai venti) sen voli, e in più fortunata regione s'innalzi> (A. Gnaccarini, 1851).

Il nostro pittore lavorò soprattutto a Roma; a Foligno, lasciò anche un S. Michele presso l'Orfanotrofio Maschile e una copia della <Madonna di Foligno> di Raffaello, ora presso la Pinacoteca Comunale.

Sacra Famiglia (G.A. Lazzarini)

La “Sacra Famiglia” (1779) del pesarese G.A. Lazzarini si trova sul secondo altare di destra della navata principale. Accanto alle figure sacre spicca un paesaggio ricco di simboli e riferimenti pittorici.

Approfondisci

Il quadro della “Sacra Famiglia” (1779) del pesarese G.A. Lazzarini (1710-1801) si trova sul secondo altare di destra della navata principale. Vi compaiono due personaggi principali: il fanciullo Gesù e S. Giovanni Battista; alle spalle di Gesù si trovano S. Giuseppe e la Madonna; più vicini allo spettatore sono S. Anna, S. Gioacchino, S. Elisabetta; in alto, scorgiamo il Padre e lo Spirito Santo, su un nimbo di angeli.

Indubbiamente i gesti di questi sacri personaggi risultano un po' leziosi e retorici, eccetto forse quello della Vergine Maria. Ma è interessante il paesaggio: quel castello diroccato sullo sfondo, la colonna spezzata, il capitello a terra e perfino gli strumenti di lavoro del falegname Giuseppe costituiscono quei temi facili e studiati insieme, nobili senza affettazione e senza pompa, che meritarono al Lazzarini l'elogio di L. Lanzi (ed. 1818). Questo paesaggio dimostra la grande ammirazione che Lazzarini provò per Poussino.

Il Lazzarini fu infatti rinomato scrittore di cose d'arte e appunto nella Dissertazione sopra l'arte della pittura (ed. 1783) elogiò “Niccolò Pussino” per i suoi paesaggi, ricchi di ricordi della Grecia, e non di capre e di villani. È facile notare che molti di questi elementi paesaggistici ritroviamo nel dipinto del duomo. Il pittore pesarese volle anche avvertire i canonici di Foligno (con una lettera pubblicata dal Faloci nel 1904) che il suo quadro godeva di quella unità d'azione ritenuta tipica della tragedia e della epopea.

Il quadro risulterebbe quindi per G.A. Lazzarini, l'opera d'arte più obbediente all'estetica aristotelica all'interno della cattedrale. Il pittore pesarese volle anche dare spiegazioni teologiche della propria opera: <E credo, se mal non mi lusingo, di aver bastantemente adempiuta la promessa, che sin dal principio io feci al degnissimo defunto priore Giuseppe Maria Morotti, Vescovo eletto di cotesta città, che l'opera mi commise di far, in modo, che la figura di San Giovanni ancorché di età puerile non si perda di leggieri all'occhio dello spettatore a fronte dell'altre figure maggiori nella statura>.

L'artista diede dunque risalto al San Giovannino; forse non seppe mai che in questa maniera offrì qualche riconoscimento alla antica Diocesi di Forum Flamini (San Giovanni Profiamma), che ebbe come protettore San Giovanni Battista e che venne assorbita dalla vicina Diocesi di Fulginia (Foligno).

S. Feliciano che libera Foligno dalla peste (G. Gandolfi)

Alla sinistra del pulpito si trova la tela di Gaetano Gandolfi: “S. Feliciano che libera Foligno dalla peste”. Nel bombardamento del 18 marzo 1944 subì gravissimi danni, poi recuperati grazie a un restauro accurato.

Approfondisci

Questo quadro, alla sinistra del pulpito, subì, nel bombardamento del 18 marzo 1944, i danni più gravi rispetto agli altri dipinti della cattedrale: uno squarcio enorme aprì la tela, ridotta a pietosi brandelli. Molti ritennero irreparabile il danno, che fu ancora più disastroso di quello subito dal dipinto di Wicar.

Il Faloci giudicò questo “S. Feliciano che libera Foligno dalla peste” la pittura più bella della cattedrale, appellandosi al giudizio degli “intelligenti” (1907): <Il pittore, abilissimo, con pochi tratti di pennello che sembrano trascurati, e sono invece studiati assai, ottenne effetti splendidi. Quell'aere nerastro e afoso che informa tutta la scena, quelle nubi fuggenti che dominano il quadro, quella figura maestosa e severa del Patrono che con atto imperativo infrena il genio della morte, richiamano alla memoria l'ingegno potente del Tiepolo>.

Il pittore, Gaetano Gandolfi (1734-1802) fu il più grande del secondo Settecento bolognese; pur essendo di scuola emiliana, recò sempre con sé l'impronta veneta, ricevuta nel viaggio “pittorico” del 1760.

Il Gandolfi mandò a Foligno tre grandi tele: questa della cattedrale, la “Visione della Beata Angela da Foligno” che si trova presso la chiesa di S. Francesco, e “L’Annunciazione” ordinata dalle monache del monastero dell'Annunziata e ora collocata in S. Apollinare. Tutti e tre questi quadri giunsero a Foligno nel 1791. Il vero committente fu il vescovo di Foligno Filippo Trenta (1785-1795), uomo colto, intenditore d'arte, che creò in Foligno una ricca pinacoteca presso l'episcopio, in cui si poteva ammirare un'altra opera del Gandolfi, la “Morte di Socrate” del 1782.

Tutti i quadri folignati appartennero a una fase tipica dell'arte gandolfiana; come ha recentemente notato I. Volpe (1979), il pittore ebbe, negli anni ottanta del secolo, qualche vago sentore del nuovo gusto europeo, caratterizzato da movenze neoclassiche di tipo illuministico. Del quadro di S. Feliciano esistevano fino a pochi anni fa, tre bozzetti, tipici di una fase di preparazione delle opere gandolfiane. Come riportato dal Lanzi (ed. 1818), la preparazione di un quadro da parte del pittore bolognese avveniva così: <gettava le prime fantasie in lavagna col lapis, e con più cura in carta; sceglieva di poi, modellava in creta le figure e vestivale. facea auindi in grande il disegno, e coll'aiuto de' suoi studi e del modello vivo di tanto in tanto eseguiva e ritoccava>. I tre bozzetti testimoniano l'accurato lavoro preparatorio.

Un bozzetto del quadro di S. Feliciano si trova nella Galleria Nazionale d' Arte Antica in Roma; gli altri due, che nel 1936 appartenevano all'avvocato I. Righi di Bologna (il quale possedeva anche lo studio di un particolare), non sono stati più rintracciati.